Il commercio dopo il decreto "salva Italia"








La manovra ‘salva Italia’ varata dall’esecutivo Monti e relativa alla liberalizzazione degli orari e delle aperture delle attività commerciali sta agitando il mondo del commercio. In pratica già dal 1 gennaio 2012 ogni esercizio può decidere gli orari di apertura della propria attività quando e come crede, anche 24 ore su 24 e per 365 giorni l’anno.

La nuova disciplina investirebbe ben 750.000 piccoli negozi, 170.000 ambulanti, 10.000 supermercati e 600 ipermercati.

Stando così le cose potremmo dunque vedere serrande alzate e negozi aperti a qualsiasi ora del giorno e della notte, negozi aperti con orari non stop ed aperture a singhiozzo, secondo la libera scelta del singolo operatore.

L’ultima parola in merito la daranno le Regioni che potrebbero opporsi a questa scelta scellerata presentando ricorso alla corte costituzionale per conflitto di competenze o altresì demandare ai comuni il compito di renderla attuativa e quindi riorganizzare i propri Uffici del Commercio.

La confederazione Sistema Commercio e Impresa, pur sostenendo, un sistema del commercio che possa essere più flessibile negli orari di apertura per accogliere le esigenze di alcune fasce di consumatori, non nasconde la sua perplessità riguardo a questa totale deregulation.

Le perplessità sono relative a questioni di ordine pubblico, a questioni di concorrenza che non porterebbero a vantaggi economici per nessuno, tanto meno per i consumatori e molto probabilmente condurrebbe a perdite di posti di lavoro.

La confederazione citata è inoltre fermamente convinta che il provvedimento finisca per uccidere i piccoli esercizi che stanno già attraversando un momento di grande difficoltà. Non pochi disagi si avrebbero anche per i commercianti più solidi che si troverebbero a scegliere tra una migliore qualità della vita (con orari a loro più consoni e più tempo da trascorrere in famiglia) e un’attività che, per competere, dovrebbe prolungare di molt i propri orari di apertura.

Tutti fattori che, per essere applicati, farebbero comunque lievitare i costi di gestione per necessità di riorganizzare ed aumento del personale addetto.

Una delle prime gravi conseguenze potrebbe essere la chiusura dei negozi dei centri storici che fungono ora da presidio sociale, questo creerebbe sia problemi di ordine pubblico, sia difficoltà notevoli per le fasce più deboli della popolazione come gli anziani.

Per di più la gestione della sicurezza da parte delle forze dell’ordine dovrebbe essere ripensata e rimodulata senza che nessuno al governo si sia posto il problema della sostenibilità di questa nuova necessità.

Bisognerebbe inoltre considerare il fatto che si andrebbe a minare l’economia e l’equilibrio sociale dei piccoli Comuni e forse, andando a scandagliare meglio, nemmeno la grande distribuzione, nel medio periodo, avrebbe grandi vantaggi; infatti se si instaurasse un susseguirsi di aperture concorrenziali tra centri commerciali, i loro costi di gestione lieviterebbero a tal punto da diventare insostenibili. Non si avrebbe quindi alcuna riduzione dei prezzi dei beni a danno dei consumatori che sono poi coloro verso i quali questa liberalizzazione vorrebbe apportare dei vantaggi.

Insomma, lo scetticismo che la confederazione vuole rappresentare deriva dal fatto che la liberalizzazione degli orari non conduce a grandi benefici per nessuno, semmai si moltiplicherebbero gli effetti sfavorevoli:
– i costi di gestione sarebbero superiori sia per i negozi di vicinato che per la grande distribuzione
– si verrebbero a creare problemi di ordine pubblico, principalmente legati alla sicurezza durante l’ipotetico shopping serale/notturno
– si avrebbe un forte impatto sulla quiete serale e notturna dal momento che i locali potrebbero aprire oltre i soliti limiti orari.

Insomma benché le confederazioni sindacali si siano sempre dimostrate favorevoli a creare delle ‘città più aperte’ (in certi mperiodi dell’anno) in modo da favorire il turismo, dall’altro si ritiene doveroso organizzare un sistema di aperture che risponda alle reali esigenze dei consumatori e del piccolo commercio distinto per località e per specifica vocazione.

Non si nega comunque che la materia è molto complessa e non sta al singolo criticare una strategia pensata per la crescita dell’intero sistema Italia, ma francamente passare da un sistema con licenze commerciali restrittivo come quello di 15 anni fa ad un sistema troppo aperto come quello proposto ora, mi sembra una pazzia bella e buona.

Per concludere siamo certi che il settore commercio, benché tartassato e sfibrato da tutte le direzioni, continuerà a sopravvivere come settore trainante per l’economia italiana, ne danno conferma organizzazioni come commerciale.it che, nel web, ha investito molto in un portale per la compravendita di locazioni e licenze commerciali in tutta Italia.

Saluti




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