La storia dei cognomi








La fissazione dei cognomi in Italia, avvenne più in ritardo rispetto a quelle dei nomi ed è datata tra la fine del Medio Evo e l’età moderna. La scelta di una denominazione aggiuntiva sembra però che non essere legata a motivazioni individuali o familiari (quindi collegate ai diversi contenuti linguistici o etnici), ma a fattori prettamente sociali, cioè a meccanismi organizzativi e funzionali della collettività.

Non è però possibile parlare di cognomi, nel senso moderno del termine, sino a quando istituzioni e procedure amministrative, non hanno sancito per legge l’obbligo dell’immutabilità del cognome nell’ambito famigliare.

La questione storica sui cognomi è dunque complessa soprattutto in ragione del fatto che è necessario distinguere le regioni una dall’altra, la città dal mondo rurale e i vari strati sociali.

Nel XII secolo è il momento in cui la famiglia si consolida, affina le sue strutture e il suo ruolo nel tessuto sociale, per cui si rivela inadeguato un sistema di denominazione fondato solamente sul nome individuale.

Il problema si poneva soprattutto in termini civili e giudiziari: i notai in particolare, preoccupati nella redazione dei documenti, onde evitare ogni possibile confusione sulla identità delle persone chiamate in causa, tendevano a moltiplicare i riferimenti alla discendenza paterna, si cercava quindi un modo per distinguere precisamente ed inequivocabilmente il singolo individuo dagli altri.

Si stava reinventando quindi il cognome. Etimologicamente significa “nome di famiglia che si aggiunge a quello di persona”. Reinventare perché ai tempi dei romani già esisteva: nel caso di Caio Giulio Cesare infatti il cognome è l’ultimo (Cesare) il secondo nome denota la casata (Giulio) ed il primo è il nome vero e proprio (Caio), elemento detto anche prenome o antinome.

Bisogna tenere presente che, una volta che questi cognomi si cominciarono a fissare, una delle caratteristiche fondamentali fu la loro instabilità. Ne è la prova il fatto che in qualsiasi lista ordinata alfabeticamente si seguiva la lettera del nome e non del cognome, che appariva essere comunque un accessorio al nome, un qualcosa di scarsa importanza e di secondario.

La prima condizione perché il cognome diventasse una denominazione individuale (esattamente come lo è oggi), era che finisse di avere un significato specifico, ma questo era molto difficile soprattutto per quei cognomi formati da un nome di professione, di mestiere o da un soprannome. Questi cognomi infatti venivano aggiunti al nome della persona e passavano dal padre al figlio anche se quest’ultimo non esercitava più quel mestiere o a cui non si poteva più riferire il soprannome.


Per lo sviluppo di questi nuovi cognomi le componenti onomastiche che confluirono principalmente nei cognomi, furono essenzialmente tre: il patronimico (più raramente il matronimico), il toponimo (che indica la residenza anagrafica) e il soprannome. L’evoluzione avvenne in un lungo periodo di tempo ed in modalità piuttosto diverse a seconda dell’ambiente sociale.
Fu dietro a questa evoluzione che finalmente il cognome concorse ad identificare un individuo dal punto di vista sociale, familiare e geografico e nello stesso tempo fu elemento di assimilazione e di distinsione al pari di oggi.

Dal medioevo ad oggi registri polverosi, errori di trascrizione, dialetti e modificazione della lingua, hanno anche trasformato lentamente i cognomi originali, modificandoli anche sensibilmente. Ai giorni nostri risulta molto interessante quindi poter conoscere la provenienza e le origini geografiche dei nostri cognomi e molti sono stati gli studiosi che hanno condotto ricerche su questo tema.
Un contributo fondamentale fu quello di Gaudenzi con “Sulla storia dell’origine del cognome a Bologna nel XIII secolo, in Bullettino dell’Istituto storico italiano” del 1898 e, altrettanto importante e più moderno, è l’articolo di P. Toubert in “Le structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du XI à la fin du XII siècle” del 1973.


Questi studi hanno rilevato che la tendenza a portare la denominazione individuale a soli due elementi (nome e cognome) non fu applicata dappertutto, forse complice la legislazione e le usanze differenti. Nel catasto fiorentino del 1492, per esempio (cioè ben trecento anni dopo la generalizzazione del sistema a due elementi), il cognome non era ancora ereditario per la maggior parte della popolazione e la denominazione con il solo nome di battesimo sopravviveva ancora nelle campagne.

Nonostante questo caso, si può dire con buona certezza che, a partire dall’XI secolo, esisterebbe una situazione relativamente stabile caratterizzata ancora dall’uso di un unico nome, ma che gradualmente iniziava a modificarsi. A detta degli studiosi le varianti e le eccezioni a questa tendenza non turberebbero la visione d’insieme e le ricerche sembrerebbero sempre abbastanza affidabili.

E’ comunque certo che a partire dagli inizi del XV secolo non vi era praticamente più nessuno che non avesse assegnato un proprio cognome stabile e registrato. A differenza di altri popoli del nord europa e degli ebrei, in Italia, un grande aiuto lo portò infatti la Chiesa Romana; in seguito al Concilio di Trento del 1564, si introdusse l’obbligo ai parroci di redigere regolari registri di battesimo comprendenti nome e cognome (ai loro fini serviva per evitare matrimoni fra consanguinei).

Da quei tempi ad oggi il cognome è parte integrante ed imprescindibile di una identità, non vi è modulo, domanda o documento cartaceo che non ne faccia uso e, nonostante gli elenchi alfabetici siano ormai tutti stilati sulla chiave del cognome, per galateo linguistico, ricordate sempre che, quando si firma un documento bisogna sempre mettere prima il nome e poi il cognome.

Su questa diatriba, ormai affermata dai più, alcuni puristi tra gli anni 1940 e il 1954 ci si sono infuocati:
Giuseppe Fragale, indignato, scriveva: “alcuni impiegati di limitata cultura pretendono che la firma si apponga senz’altro col cognome innanzi, come se si trattasse di regola assoluta o di legge di stato“; e ancora (rivolto ad un impiegato all’Ufficio di Stato Civile), continuava: “Gli feci notare che la tesi da lui sostenuta… (cioè che si dovesse firmare con il cognome prima del nome),… oltre a non essere legge di Stato era in stridente contrasto con un’antichissima e bella tradizione puramente italiana“.

A seguito di ciò anche Nereo Sacchiero, qualche anno dopo) aggiunge: “Eccettuato il caso di elenchi o indici, che per comodità di ricerca richiedono lo stretto ordine alfabetico, non c’è nessuna ragione di discostarsi dalla tradizione che consiglia di mettere innanzi il nome (prenome, infatti) al cognome“.
In più, Sacchiero fa riferimento anche al nuovo Codice civile (Libro primo, articoli 6 e 91) e la legge sull’Ordinamento dello Stato civile (articoli 42,45, 55, 73, 75, 77, 96, 126, 140, 181) che “… quando stabiliscono disposizioni concernenti le notizie personali, essi specificano con cura prima il nome e poi il cognome“.

Infine, per completezza, vi segnalo un sito molto carino che indica geograficamente come è distribuito un particolare cognome nel territorio italiano.
Anche se i risultati potranno essere fuorvianti in quanto sembra che il data base sia stilato solo sulla base degli elenchi telefonici (e non sulla vera base anagrafica comunale), è pur sempre un buon indicatore basato su oltre 5 milioni di record.
I risultati poi, invece di noiose tabelle, vengono convertiti in grafici molto dettagliati e ben più facili da leggere ed interpretare. Provatelo il sito si chiama GENS e lo trovate qui . Io, da parte mia, vi mando un saluto.

 

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