La storia dei caratteri da stampa fino ad oggi

L’uso dei caratteri mobili per la stampa tipografica avveniva (in certi casi ancora oggi), secondo l’antico sistema inventato da Gutenberg. Lo scopo è di riprodurre il testo componendo la frase con dei blocchetti in piombo (o legno) su ognuno dei quali è inciso, in rilievo, il segno tipografico da riprodurre.

Questi blocchetti quindi, dovendo formare il testo all’interno di una pagina, devono possedere una forma regolare e ben precisa. Si stabilì quindi una unità di misura universale per fare in modo che ogni variazione avvenisse secondo multipli o sottomultipli di tale misura (spazi tra le lettere, altezza o larghezza delle lettere e così via). Tale unità di misura è chiamata punto tipografico o punto Didot (dal nome del tipografo francese che ne stabilì le regole nel Settecento, Firmin Didot). Tale unità corrisponde a circa 0,376 mm (nei Paesi anglosassoni a 0,352 mm). Il punto è anche chiamato piccola unità tipografica, in virtù del fatto che esiste la grande unità tipografica o riga, corrispondente a 12 punti.

La grandezza di un carattere ancora oggi viene misurata in punti e viene chiamata corpo, ma dato che ogni carattere avrà, in generale, un’altezza diversa dagli altri, ci si riferisce all’altezza totale del blocchetto di piombo utilizzato a contenere l’intero set di caratteri; in questo modo ogni blocchetto sarà uguale all’altro cosicché risulta molto più agevole comporre una intera riga.

Gli stampatori anglofoni hanno utilizzato il termine fount per molti secoli riferendosi al dispositivo utilizzato a quei tempi per assemblare la stampa in una particolare dimensione e stile. Le fonderie di caratteri colavano praticamente ogni carattere (in varie leghe di piombo) dal 1450 fino alla metà del XX secolo. Per alcuni caratteri particolarmente grandi veniva talvolta utilizzato il legno, specialmente negli Stati Uniti d’America.

Nel 1890 emerse la composizione meccanizzata che fondeva al momento i caratteri direttamente in linee della corretta dimensione e lunghezza, secondo le necessità. Questa tecnologia rimase nota come “a metallo caldo” e rimase diffusa e proficua fino a circa 40 anni fa. Successivamente vi fu un periodo (relativamente breve) di transizione in cui la tecnologia fotografica (nota come fotocomposizione) produceva tipi di carattere distribuiti in rotoli o dischi di pellicola.

La fotocomposizione permetteva la scalatura ottica e consentiva ai progettisti di produrre dimensioni multiple da un singolo tipo di carattere. I sistemi di fotocomposizione manuali, che utilizzavano caratteri su pellicola in rullo, permettevano per la prima volta una spaziatura di precisione fra i caratteri senza sforzi. Questo diede luce ad una grande industria di produzione dei tipi di carattere negli anni sessanta e settanta.

 


 

Nella metà degli anni settanta erano ancora rimaste in uso tutte le maggiori tecnologie tipografiche, dal processo originale in pressa di Johann Gutenberg, alle compositrici meccaniche in metallo, alle fotocompositrici manuali (fino a quelle controllate da elaboratori elettronici), inoltre comparivano già allora le prime compositrici digitali (le antenate dei moderni PC).

Dalla metà degli anni ottanta, dato l’avanzamento inesorabile della tipografia digitale, è stata universalmente adottata la terminologia americana font, che oggi quasi universalmente indica un file contenente le sagome scalabili di un determinato carattere (font digitali). Oggi ognuno di noi che sta leggendo queste righe, possiede numerose famiglie di font per il proprio PC utilizzate per l’editazione dei propri testi elettronici.

I fonts digitali possono codificare l’immagine di ciascun carattere o come bitmap o con una particolare descrizione matematica delle linee e delle curve che racchiudono uno spazio detto vettoriale (su quest’ultima tecnologia un approfondimento lo trovate su questo blog a questo articolo). Oggi i caratteri digitali contengono anche dati rappresentanti la tipografia utilizzata per comporli, incluse le spaziature, i dati per la creazione dei caratteri accentati dai componenti, regole di sostituzione per la tipografia araba e semplici legature come fl. I linguaggi di descrizione dei file dei fonts più diffusi sono PostScript, TrueType e OpenType. La gestione di questi formati è presente in tutti i sistemi operativi oggi più diffusi.

Caratteristiche dei font

I tipografi hanno derivato un completo vocabolario per descrivere e discutere l’aspetto dei caratteri (qualche termine è applicabile solo ad alcuni sistemi di scrittura). Per aiutarci faremo riferimento alla figura seguente.

Dimensioni
La maggior parte dei modi di scrittura condividono la nozione di una linea di base: una linea orizzontale immaginaria su cui si appoggiano i caratteri. Talvolta parte dei glifi (la parte discendente), scende al di sotto della linea base. Similmente, la distanza tra la linea base e la cima del glifo più alto è chiamata ascesa. L’ascesa e la discesa non necessariamente includono lo spazio occupato da accenti o altri segni diacritici.
Nelle scritture latina, greca e cirillica, la distanza fra la linea base e la cima di un normale carattere minuscolo è chiamata occhio medio. La parte di glifo al di sopra è l’ascendente. L’altezza dell’ascendente può avere un effetto sostanziale sulla leggibilità e l’aspetto di un carattere. Il rapporto fra l’occhio medio e l’ascesa è spesso utilizzata per classificare i caratteri tipografici.

 

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