Fortunatamente ho una donna che mi ama per i miei soldi e la mia fama, e non per quello che sono.

Rodney Dangerfield
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

di elvio (del 09/07/2010 @ 11:24:28, in Approfondimenti, linkato 318 volte)

Le virtù terapeutiche delle foglie del salice sono conosciute da oltre 4000 anni, tanto che vengono menzionate già nel papiro di Ebers, all'incirca 2000 anni prima di Cristo.
Nei giardini degli antichi egizi, durante il periodo del Nuovo Regno (1551-1070a.C.), la pianta del salice veniva fatta crescere accanto a quelle del fico, del melograno, a palme da datteri e viti. Le foglie erano usate a scopo terapeutico, ma anche i fiori e la corteccia erano utilizzate per trattare ferite ed infiammazioni.
I Romani usavano la corteccia per trattare febbri e dolori reumatici.

Ma in realtà nel 400 A.C. fu Ippocrate di Kos (il padre della medicina) che si accorse delle proprietà antidolorifiche contenute nella corteccia e nelle foglie di salice e consigliò ai suoi pazienti afflitti dai più svariati dolori, di curarsi con un infuso di quelle foglie. Si trova infatti segnalata negli scritti del medico ateniese l'azione analgesica della linfa estratta dalla corteccia di salice (si tratta appunto dell'acido salicilico). Dall’epoca dei primi ufficiali utilizzi di Ippocrate, gli uomini, per secoli, hanno fatto uso del salice per combattere mali di testa, febbri e reumatismi. Ancora oggi i contadini greci masticano le foglie di salice per combattere e addirittura prevenire i dolori reumatici.

Nel Medioevo fu dimenticata questa salutare terapia e fu poi riscoperta nel 18° secolo.

In occasione dell’embargo sulle importazioni deciso da Napoleone nel 1806, si verificò una grave carenza di chinino proveniente dal Perù per la cura della malaria e si intuì che poteva essere sostituito dal decotto di salice per la sua spiccata attività antipiretica.

Nel 1859 Hermann Kolbe, professore di chimica all’università di Narburg scoprì la struttura chimica dell’acido salicilico e riuscì a sintetizzarne la molecola in laboratorio.

Felix Hoffmann, che lavorava come chimico presso la ditta Bayer, riuscì a sintetizzare l’acido acetilsalicilico, molecola arricchita del gruppo acetile (questa molecola presentava maggiore efficacia analgesica ed antinfiammatoria ed era più tollerato dall’organismo umano). Fu brevettata dallo stesso Hoffmann nel 1897 e fu testata inizialmente sul suo papà assillato dai dolori articolari.

 

 

I buoni risultati della nuova molecola di sintesi spinsero la Bayer a mettere il farmaco in commercio. Una circolare del 23 gennaio 1899 annunciava anche il nome del prodotto “Aspirina” (dove A sta per Acetile, spir per spiraure, acido spiritico, analogo all’acido salicilico, ina è il suffisso usato dai chimici per indicare sostanze scoperte o isolate in natura).
L'enorme impatto che l'aspirina ebbe avuto nel novecento lo si può capire anche dal fatto che nel Trattato di Versailles, tra le condizioni imposte dai vincitori della prima guerra mondiale agli sconfitti imperi centrali, c'era l'imposizione alla Bayer (rea di aver partecipato allo sviluppo di agenti chimici come l'iprite per uso bellico) della decadenza di marchio e brevetto dell'aspirina. In altre nazioni, tra cui l'Italia ed il Canada, il nome "Aspirina" è invece ancora un marchio registrato.

 

 

Anche per questi motivi questo marchio di fabbrica è diventato un nome molto comune e vanta di essere l'analgesico più venduto nella storia ed il primo esempio di cura medica a disposizione delle masse.
Fu il rimedio di frontiera per cercare di arginare l'epidemia di Spagnola (dopo la prima guerra mondiale), nel 1950 entrò nel Guinness dei primati come l'antidolorifico più diffuso al mondo.
Andò nello spazio (accompagnando gli astronauti dell'Apollo sulla Luna) e nella letteratura (lenì i mal di testa di Don Camillo e dei personaggi di Cent'anni di solitudine).

Fino alla fine degli anni 60, il farmaco era sempre stato utilizzato a dosi piene come antidolorifico, antinfiammatorio, febbrifugo e antireumatico, senza che nessuno ne conoscesse l'esatto meccanismo d'azione. Fu però in quell'epoca che alcuni ricercatori, tra i quali Sir John Vane, scoprirono che l'aspirina (e altri farmaci conosciuti come antinfiammatori non steroidei) erano capaci di bloccare la produzione di alcune sostanze, le prostaglandine, capaci di contribuire al dolore, alla febbre e ad altri fenomeni infiammatori. Si scoprì che il blocco, da parte di piccole dosi di aspirina, della produzione di prostaglandine e di altre sostanze analoghe nelle piastrine (cellule che circolano nel sangue), riduceva la loro partecipazione al processo di ostruzione dei vasi sanguigni noto come trombosi. Prevenire le trombosi con l'aspirina voleva dire ridurre di circa un quarto pericolosi eventi vascolari come l'infarto del cuore, l'ictus cerebrale e il rischio di morte che ne consegue in pazienti già colpiti da queste malattie (questa ricerca fece guadagnare il premio Nobel per la medicina a Sir John Vane nel 1982).
Il farmaco si è dimostrato talmente versatile che è stato sperimentato in tantissime condizioni tanto da diventare oggetto di oltre 3000 pubblicazioni scientifiche. Oggi, da una unteriore ricerca tutta italiana, l'aspirina sembra avere ancora insolite applicazioni che la proiettano nel nuovo millennio come un efficace strumento per aiutare ipertesi, diabetici, ipercolesterolemici, obesi o in generale anziani, a difendersi dalla morte vascolare.
Ci sono infine degli studi importanti che associano il consumo regolare di aspirina ad una ridotta incidenza dei tumori del colon o del retto, ma ancora non è chiaro il meccanismo di azione del farmaco e perché risulta essere efficace.

 

 


Intanto che l'Aspirina continua ad essere venduta in grandi quantità dagli scaffali delle farmacie, c'è chi è riuscito ad inserirla anche sugli scaffali delle librerie. Jeffreys Diarmuid ha da poco dedicato un libro (edito in Italia da Donzelli) che ha un titolo piuttosto chiarificatore: Aspirina, l'incredibile storia della pillola più famosa del mondo.
di cui alcune pagine le trovate pubblicate qui su google libri.


Conclusioni

Se la Bayer deve molto della sua espansione mondiale a questa pillola miracolosa, da seria azienda tedesca, molto ha fatto nella promozione del suo prodotto in termini di qualità, pubblicizzazione e distribuzione mondiale.
Sapendo di avere in mano un prodotto efficacissimo e brevettato, l'azienda ha saputo usare i migliori mezzi pubblicitari dell'epoca ed è riuscita a dare il giusto risalto in tutto il mondo alla sua pillola.
Tra i tanti mezzi c'è un manifesto, che io considero bellissimo (lo vedete in foto), pubblicato nella seconda metà del 1930 sulle principali riviste patinate dell'epoca, che fece scuola ai grafici pubblicitari del tempo. L'autore era Renzo Bassi, un disegnatore futurista italiano, molto quotato a quei tempi che, insieme con i colleghi Nino Nanni, Bertoglio ed altri, riuscirono a stravolgere la comunicazione pubblicitaria di quel tempo e furono, per un decennio, praticamente i leader mondiali.

Chi volesse una copia di tale poster (ormai esente da diritti d'autore) potrà richiederlo via mail a noi. I formati realizzabili sono 65x95, 100x140 e 140x200 cm su supporti carta, PVC audoadesivo lucido o tela. I prezzi vanno da 15 € (per poster 65x95 in carta) in su.

Saluti

 
di elvio (del 01/07/2010 @ 14:32:08, in Approfondimenti, linkato 356 volte)

Secondo gli antropologi l'uomo è nato dai 3 ai 4 milioni di anni fa nell'Africa sud-orientale. Essendo questa una regione dove i raggi solari sono permanentemente allo zenith (quindi massima energia solare), l'uomo è ovviamente nato con la pelle scura. Una pelle cioè ben protetta da un'abbondante e attiva presenza di pigmento melaninico (la melanina è in pratica un filtro naturale contro le radiazioni solari) che serve per evitare i possibili danni dei raggi ultravioletti sull'epidermide.
Si seduce quindi che la prima razza umana sia stata sicuramente nera.
Nel corso dei secoli e dei millenni, l'uomo si è spostato sempre più a Nord, e la pelle, per la carenza solare, si è progressivamente e naturalmente schiarita, fino a diventare, in certi soggetti, totalmente chiara ed indifesa nei confronti del sole. Principalmente per questo motivo che si sono contraddistinte varie razze dalle caratteristiche estetiche simili, ma di colore diverso. Ecco quindi i nord-africani, gli asiatici, i mediterranei del sud e del nord, i celtici, gli anglosassoni ed i biondissimi scandinavi.
Va chiarito che il progressivo sbiancamento della pelle si è reso necessario per adattarsi al nuovo ambiente, in quanto, abitando regioni dove i raggi vitali del sole erano estremamente scarsi, l'uomo aveva bisogno di porre il minor impedimento possibile per catturare quella poca illuminazione delle zone dove vivevano, questo per poter riuscire ugualmente a sintetizzare la vitamina D ed a godere degli effetti benefici e fotobiologici utili all'organismo umano. 

Quindi l'uomo si è gradualmente schiarito a seconda della quantità e dell'energia dei raggi solari che lambivano la sua pelle.
Col percorrere la storia poi ci accorgiamo che i vichinghi, ben prima di Colombo, si sono spostati nelle Americhe; gli Anglosassoni sono arrivati nelle Indie orientali, in Australia ed in Sud Africa; gli olandesi hanno navigato fino ai Caraibi; tutti questi emigranti si sono riprodotti ed hanno sfornato altri pargoli a loro somiglianza.
Accade quindi che pelli non adatte alle illuminazioni di quelle nuove latitudini, hanno cominciato a subire radiazioni solari per cui non erano preparate geneticamente ed i primi danni da fotoesposizione hanno fatto la loro comparsa già con le grandi migrazioni bibliche che hanno portato individui con cute molto vulnerabile a vivere in ambienti assolati, quindi poco adatte alle loro capacità difensive.
   


La radiazione solare

Il sole emette radiazioni elettromagnetiche a diversa lunghezza d’onda con uno spettro di emissione di onde elettromagnetiche composito.
A causa dell’assorbimento atmosferico, ed in particolare della fascia di ozono, lo spettro solare al suolo è composto solamente da radiazioni di lunghezza d’onda compresa fra 290 e 3000 nanometri (nm), ovvero gli UVB (280-320 nm), gli UVA (320-400 nm), la luce visibile (400-780 nm), ed una parte dell’infrarosso (780-3000 nm).
Gli ultravioletti (UV) sono radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti ma sono i fotoni più ricchi di energia e sono pertanto anche i più attivi biologicamente. Gli ultravioletti che hanno una maggiore fotoattività sono divisi in tre categorie: UVA-UVB-UVC.
- I raggi UVC con lunghezza d’onda compresa tra 100 e 200 nm, non hanno effetti sulla pelle perché (ancora) bloccati dallo strato d’ozono, ma possono risultare dannosi se emessi da sorgenti artificiali (è comunque un problema insorto negli ultimi anni proprio a causa del progressivo ridursi dello strato d’ozono atmosferico).
- I raggi UVB inducono le più comuni reazioni fotobiologiche nella cute, svolgono azione eritematogena, ma non trapassano il vetro e sono quasi totalmente assorbiti dallo strato corneale.
- I raggi UVA sono le radiazioni definite “black light” perché hanno una lunghezza d’onda vicina al violetto della luce visibile, oltrepassano il vetro e raggiungono anche il derma profondo.
In passato, l’attenzione è stata focalizzata soprattutto sugli UVB, in quanto responsabili di eritema immediato e di ustioni solari e imputati nella genesi del melanoma. Attualmente invece l’attenzione si è spostata anche sugli UVA che, pur essendo meno energetici, sono in grado di raggiungere il derma e sembra siano maggiormente correlabili alla fotocarcinogenesi, oltre che al fotoinvecchiamento, alla fotoimmunosoppressione e ai fenomeni di fototossicità e fotoallergia.


Le protezioni

Sinceramente non si conoscono i rimedi che quelle nuove popolazioni usavano contro il sole a quei tempi, ma, di sicuro, applicavano rimedi naturali e consolidati con l'esperienza acquisita dagli avi.

Ai nostri giorni, con il rimescolarsi continuo di razze e popolazioni, troviamo tra noi, moltissimi tipi di individui dalle provenienze e discendenze tra le più varie e disparate. Per risolvere il problema della  fotosensibilità soggettiva, si è pensato di dividere l'intera popolazione in 6 difersi fototipi.

Il fototipo è un indice fondamentale per stabilire il rischio cui ciascun individuo può andare incontro in seguito all'esposizione ai raggi ultravioletti e solari.

I fototipi vengono distinti in base alla reazione eritematosa (più o meno intensa) o alla pigmentazione cutanea, in seguito alla prima esposizione estiva a 3 MED (Minima Dose Eritematogena) che è la quantità minima di energia necessaria a produrre eritema (un MED equivale pressappoco a 15 - 30 minuti di sole del mezzogiorno).
A specifici fototipi corrispondono specifici cosmetici solari con classi di protezione adatte.

Fino a poco tempo fa, la legislazione cosmetica prevedeva l’apposizione di un numero in etichetta che andava da 4 ad oltre 80 ed indicava il cosiddetto SPF (Sun Protection Factor). Oggigiorno le raccomandazioni europee, in tema di prodotti solari, hanno consigliato delle diciture più semplici in etichetta usando i termini: protezione bassa (SPF da 6 a 14.9), media (SPF da 15 a 29.9), alta (SPF da 30 a 59.9) e molto alta (con SPF da + di 50+ a oltre 80), nel tentativo di evitare confusione e limitare la diffusione di informazioni errate.

Il valore numerico dell’SPF (come elaborato per la prima volta da Schultze nel 1956), è dato dal rapporto tra il tempo necessario a produrre l’insorgenza dell’eritema sulla cute protetta dal prodotto solare (MED con cute protetta) diviso il tempo necessario a produrre la stessa risposta senza protezione (MED con cute non protetta).

Per semplificarvi la vita, in prossimità delle abbronzature estive, vi ho stilato le caratteristiche dettagliate dei sei fototipi in 6 tabelle differenti con i fattori di protezione consigliati. Se avete dubbi non esitate a usare protezioni superiori perlomeno nei primi e più fatidici giorni di esposizione.

Un saluto e buone vacanze a tutti

===============

FOTOTIPO 1

Caratteristiche

  • sono soggetti albini e persone con capelli rossi o biondi; la pelle è color latte.

  • pelle molto chiara

  • lentiggini

  • pelle estremamente sensibile

  • occhi chiari

  • capelli fulvi

  • non ti abbronzi praticamente mai

  • senza protezione ti scotti in circa 10 minuti

Misure di protezione solare

  • Evita le scottature

  • Stai il più possibile all'ombra soprattutto fra le 11 e le 15

  • Porta un cappello che protegga la nuca e vestiti adatti

  • Porta occhiali da sole con protezione UV 100% (fino a 400 nanometri)

  • Utilizza prodotti solari con fattore di protezione alto (almeno SPF 30)

  • Proteggi particolarmente bene le orecchie,
    il naso e le labbra.

FOTOTIPO 2

Caratteristiche

  • soggetto che si abbronza con difficoltà. Generalmente si scotta. Sono i soggetti biondi o castano chiari con carnagione pallida oppure bambini.

  • pelle chiara

  • spesso lentiggini

  • pelle sensibile

  • occhi chiari

  • capelli chiari o castano chiari

  • ti abbronzi lentamente

  • senza protezione ti scotti in circa 20 minuti

Misure di protezione solare

  • Evita le scottature

  • Stai il più possibile all'ombra soprattutto fra le 11 e le 15

  • Porta un cappello che protegga la nuca e vestiti adatti

  • Porta occhiali da sole con protezione UV 100% (fino a 400 nanometri)

  • Utilizza prodotti solari con fattore di protezione alto (almeno SPF 25)

  • Proteggi particolarmente bene le orecchie, il naso e le labbra

FOTOTIPO 3

Caratteristiche

  • sono soggetti con capelli castani e un minimo colorito naturale. Talvolta si scottano e sviluppano una leggera abbronzatura.

  • pelle mediamente chiara

  • occhi chiari o scuri

  • capelli castani

  • ti abbronzi lentamente e con facilità

  • senza protezione ti scotti in circa 30 minuti

Misure di protezione solare

  • Evita le scottature

  • Stai all'ombra fra le 11 e le 15

  • Porta un copricapo e occhiali da sole

  • Utilizza prodotti solari con fattore di protezione almeno 15

  • Proteggi particolarmente bene le orecchie, il naso e le labbra

FOTOTIPO 4

Caratteristiche

  • sono soggetti bruni e castano scuri con carnagione olivastra. Non si scottano quasi mai; si abbronzano sempre con facilità.

  • pelle piuttosto scura, poco sensibile

  • occhi scuri

  • capelli molto scuri o neri

  • senza protezione ti puoi scottare in circa 45 minuti

Misure di protezione solare

  • Porta un copricapo e occhiali da sole

  • Utilizza prodotti solari con fattore di protezione almeno 15

  • Proteggi bene le labbra e la nuca, specie al mare o in montagna

FOTOTIPO 5

Caratteristiche

  • Sono soggetti con incarnato scuro e capelli scuri. Riesce ad abbronzarsi senza rischio di eritema.

  • pelle nera, poco sensibile

  • occhi scuri

  • capelli scuri

  • senza protezione ti puoi scottare in circa 60 minuti

Misure di protezione solare

  • Porta un copricapo e occhiali da sole

  • Utilizza prodotti solari con fattore di protezione almeno 15

  • Proteggi bene le labbra e la nuca, specie al mare o in montagna

FOTOTIPO 6

Caratteristiche

  • sono soggetti razzialmente pigmentati (negri e medio orientali) con capelli scuri. La pelle è in grado di difendersi da sola dai raggi UV, normalmente non si scottano mai.

  • pelle nera, scura e poco sensibile

  • occhi neri

  • capelli neri

  • senza protezione e dopo un periodo prolungato senza sole, ti puoi scottare in circa 90 minuti

Misure di protezione solare

  • Porta un copricapo e occhiali da sole al mare o in montagna

  • Proteggi bene le labbra

  • Utilizza prodotti solari con fattore di protezione almeno 15

  • Se esposta al sole (dopo un prolungato periodo senza sole), anche la pelle nera può subire una scottatura

 
di elvio (del 29/06/2010 @ 12:56:18, in Approfondimenti, linkato 323 volte)

Ormai accade sempre più spesso, i servizi internet più utilizzati e graditi dalle giovani utenze sono il bersaglio più privilegiato dai criminali informatici con servizi ed attività truffaldine e false richieste di amicizia con lo scopo di estorcere dati sensibili o false promesse di servizi.

McAfee, la più grande e famosa azienda focalizzata sulle tecnologie di sicurezza, ha commissionato, e recentemente  diffuso, una ricerca dal titolo “La vita segreta degli adolescenti” effettuata nel periodo che va dal 4 al 17 maggio 2010. Lo studio ha coinvolto un campione di 955 giovani americani (dai 13 ai 17 anni) e rivela il comportamento dei teenager americani e le azioni di competenza dei propri genitori.

I risultati della ricerca sono stati organizzati in base ad età, sesso, razza e vari altri fattori, essa evidenzia i reali pericoli e le preoccupanti vulnerabilità con cui si scontrano gli adolescenti quando sono collegati ad internet.

Mentre i principali pericoli percepiti dai genitori sono quelli di insegnare i rischi derivanti dall’alcool o saper gestire casi di bullismo a scuola, non vedono sostanziali fonti di pericolo sui collegamenti on line dei loro figli.

Diversamente, la ricerca dimostra quanto ben più pericolosi siano i gesti dei teenagers effettuati senza pensare o senza la percezione di un ipotetico pericolo. Secondo McAfee infatti:

- i teenager parlano con estranei dando informazioni personali e forniscono molte più informazioni di quelle consentite
- il 69% di adolescenti dai 13 ai 17 anni effettua aggiornamenti del proprio stato sui social network divulgando anche la propria posizione esatta
- il 28% dei teenager chatta con persone che non conosce nel mondo offline rivelando alcuni dati personali, quali:
- il  43% il comunica proprio nome
- il  24% il proprio indirizzo email
- il  18% invia foto personali
- il  12% il numero di cellulare
- ie ragazze sono più propense dei ragazzi a chattare con le persone che non conoscono

Un esperto dichiara:
“I ragazzi sanno che non devono parlare con gli estranei, è una delle prime cose che vengono loro insegnate. Ma online c’è un senso di fiducia e anonimia che permette loro di abbassare la guardia. I ragazzi non darebbero mai il loro nome ed indirizzo ad un estraneo nel mondo reale, è quindi allarmante vedere quanti giovani fanno tranquillamente queste cose online”.


Quest’anno il fenomeno del cyberbullismo è stato oggetto di molti articoli sui giornali, con storie di adolescenti e ventenni perseguitati on line, finiti anche con tragiche conseguenze. Il 65% conosce qualcuno che ha commesso atti simili o che ha ricevuto informazioni malvagie via web (email anonime, pettegolezzi online, diffusione di informazioni private senza autorizzazione o informazioni offensive).
Malgrado questo, il fenomeno del cyber bullismo resta: circa il 50% degli adolescenti e non sa come comportarsi se subisce attacchi di questo tipo.

Va anche considerato che molti ragazzi accedono al web da fuori casa ed è impossibile tenerli sotto controllo. La risposta giusta quindi non sta nel tenere il computer di casa sorvegliato, ma bisogna educare i ragazzi a cautelarsi mentre utilizzano Internet, anche quando sono lontani dalla supervisione degli adulti. I numeri sono chiari:

- l'87% dei giovani utilizza il web da qualsiasi parte, tranne che a casa
- il 54% vi accede dalla casa degli amici o di altri familiari
- il 30% vi accede tramite il cellulare e il 21% tramite i videogame
- il 23% va online da qualsiasi parte con la rete Wi-fi  

Oltretutto i giovani nascondono quello che fanno online, circa il 40% dichiara di non raccontare ai genitori quello che fanno sul web e che cambierebbero il loro atteggiamento se i genitori sapessero delle loro azioni.

Ad ulteriore chiarimento diamo altri numeri:
- il 38% dei ragazzi chiude o riduce il browser quando i genitori entrano nella loro stanza
- il 32% cancella la memoria del browser dopo l’utilizzo
- il 55% dei teenager dai 13 ai 17 anni nasconde ciò che fa online ai genitori
- uno su quattro è responsabile di aver infettato il Pc di casa
- mentre molti ragazzi utilizzano Internet per effettuare delle ricerche o comunicare con gli amici, il 60% di loro vedono o scaricano file che possono portare a download pericolosi o ad altre minacce che mettono a rischio il computer della famiglia.
- più di un quarto dei giovani ha permesso che virus, spyware o altri software maligni infettassero il computer di famiglia
- circa la metà degli adolescenti ammette di scaricare musica o video da servizi gratuiti, che è ancora peggio che infettare il computer di casa con bachi, virus, ad-ware, spyware o backdoor perché permettono a persone esterne l’accesso al computer
- il 16% dei ragazzi dai 16 ai 17 anni hanno scaricato contenuti vietati ai minori

Come me, molti genitori pensano di avere il controllo sui contenuti che i figli guardano online, ma questa ricerca evidenzia che i genitori devono fornire un maggiore supporto ai loro figli, aiutandoli ad assumere comportamenti online più corretti e consapevoli. L’educazione quindi è un aspetto fondamentale per la loro e la nostra sicurezza.

Meditiamo quindi, un saluto

 

fonte: McAfee


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di elvio (del 06/12/2009 @ 09:54:33, in Approfondimenti, linkato 646 volte)

E' già nel mercato da diversi anni e si evolve continuamente, col passare del tempo offre  funzionalità sempre più interessanti. La cornice digitale (detta anche digital photo frame), è comunemente considerata una buona idea regalo, non troppo impegnativa ed abbastanza economica (anche se non è sempre ben gradita).

Sul piano tecnologico, non sono oggetti particolarmente evoluti; sono dei display a colori in LCD con uno slot per l'inserimento di una memoria ed un sistema operativo molto semplice che permette la visualizzazione dei files contenuti in memoria a cadenze programmate.
Sul mercato si trovano in tantissime versioni e funzionalità, ultimamente anche con interfaccia bluetooth, con scanner integrato, con browser per navigazione in internet, con visori multimediali, controllabili via touch screen, ecc. ecc.
 
I fattori più importanti da valutare, al momento dell'acquisto, sono la risoluzione, le caratteristiche di luminosità e le funzionalità che vengono offerte.
Per un display da 7" (installato in una cornice medio piccola) presenterà una visualizzazione accettabile se la risoluzione raggiunge almeno i 720 x 480 pixel, un buon livello di contrasto e luminosità ed un set di comandi sufficienti alle nostre necessità (il telecomandino è quasi sempre incluso). I prezzi possono andare dai 50 euro in su (anche molto in su).

Personalmente è un prodotto che non mi appassiona quasi per nulla e che mai sognerei di inserire nel mio arredamento domestico.
Nonostante questo, li vedo come oggetti molto interessanti per impieghi meno romantici e molto più redditizi.

 

 

Se guardiamo al campo della pubblicità:

- pensate di poter creare una serie di immagini accattivanti della vostra attività da mostrare sequenzialmente sulla vetrina.
- pensate di poter inserire questi apparecchi in punti di interesse strategico e molto frequentati
- pensate di poter utilizzare questo mezzo in una mostra, un museo, una teca per inserire informazioni all'utenza
- pensate ad una campagna pubblicitaria fatta con una serie di questi display posizionati in punti nevralgici della città (bar, pizzerie, discoteche, punti di incontri, vetrine esterne, ecc. ecc.)
Credo di aver reso l'idea, con un piccolissimo (e molto economico) mezzo riusciamo a fare quello che, fino a pochi anni fa, necessitava di attrezzature costose (display a led, installazioni complesse, autorizzazioni, ecc.)

Il sistema è quindi efficace e ben visibile, il posizionamento è semplice e la qualità di riproduzione è molto interessante.
Se qualcuno vuol pensare più in grande, può pensare ad una installazione capillare di apparecchi dotati di dispositivo bluetooth, l'interfaccia via radio facilita l'aggiornamento dei contenuti senza dover intervenire direttamente sull'apparecchio: basta un PC e potremo controllare i contenuti da visualizzare anche dall'esterno dell'edificio dove è esposto!

Non è una figata?   Saluti

 

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di elvio (del 29/10/2009 @ 17:47:42, in Approfondimenti, linkato 803 volte)

Torniamo a parlare della gestione digitale del colore e dello spazio colore perchè, a tutt'oggi, nonostante i vari articoli da questo blog e quanto riportato sul portale stampolampo.it, non a tutti è chiaro.

Il diagramma cromatico

1) Lo spazio cromatico è tutto lo spazio colore visibile dall'occhio umano, esso è riportato sul diagramma cromatico (o Diagramma di cromaticità CIE 1931) mostrato in figura.
Esso si estende da una lunghezza d'onda (o radiazione elettromagnetica) di circa 750 a 380 nm (nm = nanometri = miliardesimi di metro) chiamata radiazione visibile. Questa radiazione viene percepita da 3 specifici recettori (posti sul fondo della nostra retina) ed inviata, tramite segnali elettrici, al nostro cervello per l'elaborazione.

2) Nel diagramma cromatico sono riportati tutti i colori generabili e questi giacciono dentro il triangolo rettangolo colorato in nero. All'interno di questo triangolo è tracciato il diagramma CIE dei colori reali, esso è a forma di campana e racchiude tutte le tinte possibili. Al di fuori della campana (ma sempre all'interno del triangolo) ci sono tutti i colori non visibili (o non distinguibili dal nostro occhio). Il diagramma CIE gode, proprio per il modo in cui è stato generato, di alcune importanti caratteristiche che andiamo ad illustrare in dettaglio:


- Al centro del diagramma CIE è presente un punto (indicato con un cerchietto), di importanza strategica. È il cosiddetto "Illuminante CIE", assunto come riferimento e corrispondente alla radiazione emessa da una superficie bianca illuminata da luce diurna media.
- Lungo il perimetro curvo della campana si trovano tutte le tinte spettrali alla loro massima saturazione.
- Nella parte alta del diagramma ci sono le famiglie dei verdi; in basso a sinistra i blu, in basso a destra i rossi.


La sintesi di colore (o mescolanza)

Esistono due tecniche possibili di riproduzione artificiale del colore: per riflessione o per adduzione diretta.

- Fanno parte del primo gruppo, tutti i mezzi di riproduzione cartacea, le foto, le stampe, ecc. dove il fondo (o supporto) dell'immagine è riflettente ed i colori fungono da filtro alla radiazione luminosa primaria (che è la luce ambientale). Si parla in questo caso di sintesi sottrattiva ed i colori normalmente usati per la riproduzione delle immagini (chiamati primari) sono il Ciano, il Magenta ed Giallo (successivamente è stato aggiunto il Nero) da qui la sigla CMYK. E' una mescolanza questa, tale che la giusta aggiunta dei tre primari porta al nero e a tutte le altre tinte e sfumature.
In realtà in certe stampe, per aumentare lo spazio colore riproducibile, vengono aggiunti anche altri colori (in molti casi il rosso, il verde ed altre tonalità più tenui del magenta, del ciano e del nero).

- Fanno parte del secondo gruppo i monitor del PC, i televisori, ecc. dove il fondo (o lo schermo) che riproduce l'immagine è nero ed i colori vengono aggiunti. Si parla in questo caso di sintesi additiva ed i colori normalmente usati come primari sono il Rosso, il Verde ed il Blu da qui la sigla RGB. E' una mescolanza questa, tale che la giusta aggiunta dei tre primari porta al bianco e a tutte le altre tinte e sfumature.


I limiti della riproduzione cromatica artificiale

Va notato che, per la particolare forma a campana del diagramma, comunque sceglieremo i tre colori primari all'interno dei colori reali non riusciremo mai a riprodurre, con essi, tutte le tinte ma ne saranno escluse sempre una certa quantità.

Quindi:
1) con un sistema RGB non esisteranno mai dispositivi in grado di riprodurre tutto lo spazio colore visibile
2) lo spazio cromatico della stampa a colori CMYK, è ancora più ridotto rispetto allo spazio RGB anche se è leggermente più accurato per quanto riguarda la riproduzione delle tinte che vanno verso l'azzurro e il ciano.

Conclusioni

Con l'aiuto del diagramma CIE e dai precedenti assunti, ora è chiaro perché l'estenzione dello spazio colore percepibile dall'occhio di un osservatore medio è di molto superiore a quanto riproducibile con qualsiasi altro mezzo o tecnica di riproduzione (sia in termini di estensione dei colori che di livelli di luminanza). Ecco spiegato quindi perchè il verde vivo del monitor si perde quando lo andiamo a  stampare o perchè il verde acqua fotografato da un panorama da favola non lo ritroviamo, con la stessa naturalezza, nel nostro monitor.
Ecco perché esistono i professionisti, che si occupano seriamente di questi problemi e sapranno bene come arginare e tenere a bada questi limiti fisici. Saluti


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Infine, per chi vuole approfondire ulteriormente consiglio queste schede.

 
di elvio (del 13/08/2009 @ 11:08:10, in Approfondimenti, linkato 470 volte)

Sono passati più di 20 anni da quando la tecnologia RAID è stata inventata e, ad oggi, ancora in pochi ne conoscono l'esistenza ed molti i vantaggi.

La tecnologia, con l'aiuto di particolari controller, riesce a creare una unità di memorizzazzione dati unica, affidabile e molto veloce.
In pratica si tratta di un sistema informatico organico di dischi (di solito identici, economici e di piccole dimensioni) che, una volta assemblati insieme, ne farebbe ottenere una unica unità fisica di elevata capacità, molto più veloce ed enormemente più affidabile dei singoli Hard Disk che lo compongono.

Il sistema RAID nasce nel 1987 quando i ricercatori Patterson, Gybson e Katz della Berkely University di California pubblicano un articolo alla SIGMOD Conference del 1988 "A case for Redundant Array of Inexpensive Disks (RAID)" da allora Il termine "RAID" ha iniziato ad essere usato ed implementato sui migliori sistemi informatici.

Il sistema prevedeva cinque diverse architetture di array (oggi molte di più) e, oltre al principale obiettivo prestazionale, includevano anche capacità di fault tolerance per migliorare affidabilità e protezione dei dati applicando sistemi di ridondanza all'insieme dei dischi.

Lo scopo iniziale era di creare una tecnologia che permettesse di accorpare in un gruppo di piccoli e poco costosi (inexpensive) dischi, una unica matrice logica (array) in grado di aumentarne le performance assolute (rispetto ad un unico, veloce e più capiente disco, anche molto performante ma costoso).

Col passare del tempo, l'evoluzione tecnologica ha enormemente abbassato i costi degli hard disk e la tecnologia Raid si è di conseguenza adattata, tanto che è stato anche cambiato il significato dell'acronimo R.A.I.D.: da Inexpensive (economico) ad Independent (indipendente).
Infatti questa ottima tecnologia è stata implementata non solo su dischi economici, ma anche su sistemi a disco di alto costo (tipo SCSI) ottenendone, di conseguenza, prestazioni ancora superiori e straordinarie.
Al momento è possibile, su server SCSI in configurazione RAID 5, sostituire a caldo (cioè con il sistema sempre acceso) un Hard Disk rotto, ripristinarlo con uno nuovo, e far ricostruire in automatico al controller del sistema tutti i dati persi nell'unità difettosa senza far perdere sostanzialmente tempi di elaborazione al server in funzione. Non è fantastico? 
L'elasticità del sistema permette inoltre infinite configurazioni da scegliere a seconda delle esigenze specifiche fino a creare addirittura sistemi Raid di Raid in cascata.

Non mi soffermo ulteriormente su precisazioni tecniche noiose e poco chiare, agli interessati rimando ai moltissimi articoli presenti sul web, in particolare segnalo questo, piuttosto semplice pubblicato su wikipedia.  Saluti

 
di elvio (del 03/06/2009 @ 12:02:44, in Approfondimenti, linkato 410 volte)

L'attuale sistema editoriale, funziona bene solo per chi vende molto e per autori noti, ma non lascia spazio ai titoli che non promettono alte vendite. Gli editori si rifiutano di pubblicare, molto spesso, non perché il libro o il prodotto non sia di pregio, ma perché non hanno fiducia del mercato e quindi non rischiano.

L'editoria on Demand rappresenta oggi la soluzione e, nel contempo, una vera e propria rivoluzione.
Si tratta di una tecnica di produzione e distribuzione libraria che consente la digitalizzazione o la stampa di un testo quando necessario, nell'esatta quantità e qualità richiesta.

Bob Young, co-fondatore della Red Hat, (una delle più famose società Open Source al mondo), nel 2002 inventa Lulu, un'idea rivoluzionaria e molto seria.
Il sito, dopo vari anni di beta test, sbarca definitivamente in Italia nel novembre 2008, e promette di dare la possibilità a chiunque di pubblicare, promuovere e vendere le proprie opere editoriali (fotografie, cd musicali, cortometraggi, opuscoli, saggi, o raccolte di poesia).
Gli autori che pubblicano con Lulu (a differenza del solito), rimangono nel possesso dei diritti sulle proprie opere e sono liberi, una volta pubblicato, di ripubblicare la medesima opera anche con altre case editrici tradizionali. In pratica vengono offerte tecnologie e strumenti che permettono a chiunque di raggiungere il proprio pubblico di lettori e per questo, al momento, lulu.com risulta essere leader mondiale indiscusso del settore.

Usare il portale è semplicissimo:
Basta registrarsi, seguire le istruzioni, definire titolo, edizione, formato, autore, copertina e prezzo, caricare il testo, e il gioco è fatto. Si può decidere di venderlo facendone scaricare una copia in pdf, oppure metterlo in vendita solo in formato stampa, cd, o dvd.
Nel caso di copia cartacea o su supporti ottici, ricevuto l'ordine, Lulu si preoccuperà di farlo stampare (in Spagna o in Inghilterra) e di recapitarlo direttamente al cliente. In questo modo si stampano solo gli esemplari che vengono effettivamente venduti senza sprechi.
C'è un prezzo fisso per i costi di produzione (variabile da 5 a 10 €) e una commissione del 20% sui diritti d'autore.

Gli autori che pubblicano online, non devono cedere i propri diritti sull'opera a nessuno e possono modificarla quando e come lo ritengono opportuno. La percentuale che spetta all'editore, nel sistema previsto da Lulu è solo del 20%, il rimanente 80% è destinato all'autore (contro un misero 10% del mercato editoriale). Inoltre la percentuale dell'editore è esclusivamente sul venduto e non vi sono soglie minime che un titolo deve raggiungere.

Ad oggi Lulu.com è il fornitore di libri PoD con la maggiore crescita mondiale, vanta circa 55.000 titoli disponibili con oltre 1.500 nuovi titoli alla settimana. Saluti

 
di elvio (del 27/05/2009 @ 11:31:41, in Approfondimenti, linkato 1286 volte)

Chi di voi non ha mai sentito parlare della Teoria della Relatività o non ha mai ripetuto questa famosa formuletta e=mc2?
Ma quanti veramente conoscono (anche per sommi capi) i veri contenuti di questa Teoria così innovativa e rivoluzionaria per la fisica moderna?

Nel 1905 il fisico tedesco Albert Einstein pubblicò i primi lavori sulla teoria della relatività ristretta e nel 1916 enunciò la teoria della relatività generale. Attraverso la ridefinizione dei concetti di spazio e tempo, egli rivoluzionò il pensiero scientifico e contribuì alla nascita della fisica moderna.

Le teorie formulate da Albert Einstein avevano inizialmente lo scopo di spiegare (e risolvere) certi aspetti anomali delle leggi fisiche già esistenti, in determinati contesti. Molti formulati della fisica meccanica, ad esempio, non funzionavano più quando si andavano a trattare velocità molto alte o prossime alla velocità della luce.

Le diverse e varie ramificazioni che avevano preso però l'avanzare degli studi, hanno condotto alla definizione di princìpi anche completamente estranei alla fisica classica, come l’equivalenza tra massa ed energia, tra spazio e tempo, tra gravitazione e accelerazione.
L’ultima conquista di Einstein non fu quindi, come comunemente si crede, il semplice (per dire) concetto di relatività espresso da E=mc2, ma la teoria unificata del mondo fisico.

Vi presento qui una pubblicazione scritta da Francesco Galgani (in PDF) che, con concetti semplici e con sole 12 pagine, riesce a chiarire alcuni punti salienti di questa complessissima ed ostica teoria.

Capirete così perché
- raggiungere la velocità della luce è impossibile
- viaggiare a quella velocità il tempo si ferma
- viaggiare ad una altissima velocità si torna più giovani dei nostri coetanei

e ... molto, molto altro.

E' una teoria affascinante e in certi versi più fantasiosa di alcuni film di fantascienza, eppure è assolutamente vera e totalmente dimostrata!  Leggetevela e ne rimarrete entusiasti. Saluti.

Sono anni che inseriamo gratuitamente notizie su questo blog totalizzando migliaia e migliaia di letture e riscontri di gradimento ovunque. Da sempre ci sosteniamo con i nostri mezzi, se proprio non ti interessa aiutarci, clicca almeno sulla pubblicità qui sotto prima di uscire, a te non costa niente e per noi è un gesto di cortesia e di ringraziamento!

 
di elvio (del 22/05/2009 @ 12:50:23, in Approfondimenti, linkato 594 volte)

Lo strumento informatico, per la sua grande diffusione e per la sua versatilità peculiare, è ormai strumento quotidiano irrinunciabile per la maggior parte dei cittadini attivi. Ne consegue che anche le problematiche giuridiche legate a questo universo ed alle attività più o meno lecite svolte (anche con questi strumenti), sono terreno di sfida culturale molto stimolante.
Uno dei temi che appassionano gli esperti è quello relativo al computer come prova da acquisire, utilizzare ed analizzare per un processo. L'errore che spesso si fa è che, ad oggi, non sono pochi in casi in cui un PC diventa testimone chiave per l'accusa o la difesa come se questo pezzo di tecnologia inanimata, potesse rispondere a delle domande o potesse riconoscere qualcuno.
Sarebbe più giusto parlare di apparecchio usato come prova o fonte di prova sempreché il perito nominato sia in grado veramente di estrapolare qualche fonte di prova da un PC. In realtà non sempre basta trovare (o meno) una traccia di reato, occorre saper interpretare anche quello che non si trova. In realtà bisogna capire se quei dati trovati o meno siano lì perché messi dall'indagato o presenti a sua insaputa, capire se qualcosa manca perché mai stato presente oppure cancellato, capire se chi aveva accesso alla macchina era pratico, abile o esperto del sistema.
In realtà un hard disk potrebbe raccontare tutto ed il contrario di tutto, perché in fondo nessuna cosa può essere considerata certa:
- non è certa una datazione di un file (perché modificabile)
- non è certo un suo contenuto, nè la sua provenienza, nè l'autore
- non è certa la bravura del perito che si scontra con qualcuno che può essere più esperto di lui
- non è certo l'autore dell'ipotetico reato (perché potrebbe essere il proprietario stesso o qualcuno che si è inserito su un PC altrui).

Quel che è certo è che l'esperto (o il perito) dovrebbe cercare di ricostruire con strumenti non distruttivi e con metodi catalogati e certificati, il comportamento tenuto da qualcuno di fronte (o in remoto) a quel computer, interpretarne i risultati alla luce di una ricostruzione comportamentale, al fine di valutare se un reato è stato compiuto volontariamente oppure no. In ogni caso tali prove o tali indizi trovati, secondo me non determinanti, dovrebbero essere aggiungiunti ad altri fattori provanti verificati in altri ambiti; non credo sia giusto, veritiero e corretto emettere una sentenza sulla base di quanto scoperto in un PC.

Vi è infine l'esigenza di trovare regole comuni e procedure certe in assenza delle quali è molto difficile riuscire a garantire un corretto rapporto tra accusa e difesa. La necessità della certezza delle regole anche per quanto riguarda l'individuazione e la conservazione dei dati che costituiranno l'oggetto su cui si baserà la valutazione dell'organo giudicante. Il rilevamento, la conservazione ed il trattamento di questi dati, le informazioni che gli investigatori (ed i difensori) possono rilevare nel normale svolgimento dell'attività d'indagine esigono un protocollo operativo che ne garantisca integrità e la non repudiabilità in sede di processo.

Tratto da un bellissimo articolo dell'Avv. Emanuele Florindi

 
di elvio (del 03/03/2009 @ 09:49:33, in Approfondimenti, linkato 3051 volte)

Facendo riferimento ai tanti interessati ad un vecchio articolo di questo blog, vi riporto pari pari, uno scritto inquietante di Mauro Quagliati e pubblicato dalla AceA (Agenzia di stampa per i Consumi Etici e Alternativi).
Da quanto detto da esperti internazionali la fusione fredda, oltre che offrire una formidabile fonte di energhia a costo pressochè zero per usi civili, sembra sia già applicata in campo militare per la distruzione.

E' una storia raccontata al convegno di Nexus dal prof. Emilio Del Giudice ricercatore di fisica teorica dell'INFM.

Ricorderete la faccenda della fusione fredda: nel 1989 due scienziati sfigati, Fleishman e Pons danno l'annuncio del fenomeno, salvo poi essere derisi dai fisici teorici della comunità internazionale, primo tra tutti Rubbia, perché il processo non produceva l'emissione di particelle previste dalla teoria (nel caso specifico neutroni, emessi dalla fusione di 2 atomi di deuterio, isotopo dell'idrogeno).

Nel giro di pochi anni le condizioni dell'esperimento originale dei due scopritori vengono riprodotte correttamente dai prof. Emilio del Giudice e Giuliano Preparata, il quale, morto di tumore 2 anni fa, perse il Nobel per la fisica in "elettrodinamica quantistica", a causa di questo suo sconveniente interesse.
Praticamente del Palladio, un metallo dalle peculiari caratteristiche, viene caricato con idrogeno gassoso fino ad un limite di saturazione prestabilito, oltre il quale si rileva una produzione di energia in eccesso tipica di una reazione nucleare.

I nostri due scienziati non solo dimostrano la realtà del fenomeno con l'esperimento, ma forniscono anche un nuovo modello teorico che dà spiegazione dei fenomeni misteriosi che fino a 10 anni fa non erano comprensibili con la teoria delle forze nucleari.
Mi spiego: fino a ieri si pensava che l'unico modo per fare avvicinare 2 protoni tanto da vincere la repulsione elettromagnetica e fare agire il campo delle forze nucleari che innescano la fusione, con produzione di una quantità enorme di energia, fosse il metodo dell'acceleratore, che lavora a 100 milioni di C° (ben inteso nel nostro sole la temperatura è 2 milioni di C° !). Oggi invece, grazie a queste ricerche svolte dall' INFM e dall' ENEA (nel frattempo Rubbia rinsavito, si è accorto della bontà della cosa e ha appoggiato i nostri due), è possibile ottenere la fusione a temperatura ambiente!

Dentro al cristallo di Palladio le molecole di idrogeno, in quelle particolari condizioni di  "saturazione", si comportano un po' come la struttura solida circostante e, avvicinandosi molto, grazie ad una provvidenziale "buca di potenziale", producono una particolare fusione, senza emissioni radioattive, con produzione di elio (misurato nell'esperimento) e di un eccesso di energia mai visto fino ad oggi in una reazione (se non ho capito male 2 ordini di grandezza superiore all'energia in entrata, necessaria a preparare le condizioni della reazione).

Per completezza, si produce anche la fissione del Palladio. Quindi abbiamo già a disposizione un generatore di energia praticamente illimitata e a costi contenutissimi; rimane solo da risolvere il problema dell'intercettazione opportuna di questo surplus di energia.
Nonostante questa pazzesca rivoluzione, ad oggi, il prof. Del Giudice non è ancora riuscito a farsi pubblicare la ricerca da una rivista scientifica (ad es.: Science ha rifiutato perché "l'argomento è troppo Tecnico").

Ma il bello viene adesso. E' ovvio capire i motivi economici alla base della
soppressione di una tecnologia quasi "free-energy". Ma non ci sono solo quelli. Del Giudice ha formulato un'ipotesi inquietante.

Tutta la faccenda è partita da uno studio commissionato dalla Marina Militare Inglese a Fleishman per indagare sui metalli più idonei ad immagazzinare l'idrogeno. I migliori risultarono essere il Palladio e l'Uranio. Lo scienziato ovviamente sperimentò sul Palladio, la cui fissione non produce danni; ma qualcuno era molto più interessato all'Uranio.

Immaginate cosa succederebbe se la matrice solida in cui avviene la fusione fosse Uranio: si innescherebbe la fissione, e quindi una esplosione atomica, anche con quantità molto inferiori alla necessaria "massa critica" (che è qualche kg), date le nuove sorprendenti condizioni di reazione.

Si possono così fare esplodere delle micro-bombe atomiche di potenza controllata (armi chirurgiche..) capaci per esempio di abbattere un singolo palazzo invece di una città intera.

Ecco così trovato un modo per utilizzare utilmente tutto quell'Uranio che giace inutilizzato nelle testate tattiche (a meno di non scatenare la guerra  termonucleare globale, s'intende), che, con il disarmo, va smantellato.

Fanta-politica? Forse invece è già realtà. Consideriamo i proiettili rivestiti
con quello che ci viene venduto come "uranio impoverito".
Guardiamo le foto dei carri armati iracheni distrutti nella guerra del golfo:
un foro di entrata, una carcassa di acciaio fusa (dal calore!) e i cadaveri dei soldati anneriti (non carbonizzati, ma irradiati da una esplosione fortissima e localizzata di raggi gamma).

Non ci sarebbe niente di più facile, sostiene Del Giudice, nel rivestire un proiettile di cannone o un missile con un strato di uranio caricato da idrogeno fino quasi al limite critico. L'impatto con il bersaglio e la sovrapressione sarebbero sufficienti a innescare la fusione fredda e la conseguente fissione dell'uranio, con annessa esplosione atomica.

Incredibile! La fonte ideale di energia pulita per tutta l'umanità usata come spoletta per l'innesco di una bombetta atomica! (il contrario di quello che avviene con la bomba H, in cui una fissione innesca la fusione distruttiva dell'idrogeno).

Inoltre spot di altissima radioattività localizzati nei campi di battaglia sono la spiegazione ideale per i sintomi della sindrome del Golfo e quella dei Balcani: la prima riscontrata esclusivamente tra i soldati anglo-americani (i primi a raggiungere le zone bombardate durante le operazioni in Iraq), la seconda invece osservata solo su italiani e tedeschi, a cui sono state destinate le zone bombardate in Bosnia e Kosovo dal vertice NATO, dopo aver fatto l'esperienza nel Golfo.

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Fusione fredda: si riparte

Di seguito una inchiesta di Rai News 24 sul tema. Saluti a tutti

 
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