Bevo troppo. L'ultima volta che ho dovuto fornire un campione di urina, c'era un'oliva dentro

Rodney Dangerfield
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

di elvio (del 04/03/2010 @ 11:12:09, in Alta Fedeltà, linkato 493 volte)

Prima dello sviluppo dei sistemi audio digitali quindi dalla nascita del CD (nel 1979) da parte di un consorzio tra Sony e Philips, tutta la produzione audio (acquisizione e mixaggio) utilizzava supporti di registrazione più o meno evoluti basati su nastro magnetico (analogico).
Fu per questo motivo che (nel 1966) l'inglese Roy Dolby mise a punto il sistema Dolby A, un sistema professionale per la riduzione del rumore (che era la bestia nera delle riproduzioni audio analogiche di quei tempi) destinato alle società discografiche.
A quei tempi il disco in vinile (già microsolco) era piuttosto rumoroso, ma le case discografiche avevano bisogno di sistemi di alta qualità per riversare e rimaneggiare le molte tracce acquisite in sala di incisione. Voi capirete che aggiungere rumore a rumore (nei mixaggi) avrebbe portato ad incisioni scadenti e poco appetibili da un pubblico già inquadrato e indirizzato da diversi anni, verso il mito di un'Alta Fedeltà sempre più spinta (Hi-Fi appunto).

Non staremo qui a spiegare come questi sistemi funzionassero, ma possiamo semplificando dicendo che il sistema era piuttosto efficiente e fedele e riusciva a ridurre il rumore anche di 20 dB oltre la soglia dei tipici 60-65 db dei migliori sistemi magnetici che ne erano sprovvisti.
Il successo fu travolgente e, dopo poco, fu convinto (da Henry Kloss della KLH) a produrre anche una versione consumer del suo sistema di riduzione del rumore.
La nuova tecnologia fu chiamata Dolby B NR (noise Reduction) e già dal 1968 fu installata su molte apparecchiature di registrazione domestiche (basate generalmente su Compact Cassette). Anche qui il successo fu immediato e la tecnologia fu migliorata con altre due versioni: il Dolby C e il Dolby SR.
Di interessante, in questi sistemi, c'era di aver preservato una totale compatibilità verso il basso che permetteva, anche se non perfettamente, di poter riprodurre nastri con codifica dolby anche su riproduttori generici non provvisti di tali sistemi.

Dal 1974 Ray Dolby si dedicò al miglioramento del sonoro cinematografico adattando la tecnologia (ormai matura) del Dolby A anche per la pellicola, Callan fu il primo film in cui venne applicato.
Dal 1975 Ray volle fare ancora di più presentando il Dolby Stereo che, oltre alla riduzione del rumore, aggiungeva ulteriori canali audio (oltre ai tipici due della normale stereofonia), fu clamoroso: nei 10 anni successivi oltre 6000 sale cinematografiche nel mondo si attrezzarono con queste apparecchiature.
Anche qui il passo successivo fu ovvio e scontato: semplificare il sistema per implementarlo anche agli usi domestici. Fu così che nacque il sistema Dolby Pro Logic, Dolby Pro Logic II e IIx.


La tecnologia era ormai ottimizzata e non consentiva ulteriori miglioramenti, ma l'evoluzione della tecnologia richiedeva di andare oltre; fu così che anche Ray Dolby (nel 1992) passa al digitale ed inventò il sistema Dolby Stereo Digital (successivamente rinominato Dolby Digital). Inizialmente il sistema ebbe poca fortuna perché aveva totalmente perso la compatibilita con le tecnologie precedenti e richiedeva l'acquisto di apparecchiatura dedicate.
Ma tutto cambiò quando anche la tecnologia DVD-Video, che ormai era alle porte, adottò parte della sua tecnologia.
Attualmente il sistema Dolby Digital è adottata in quasi tutti i sistemi audio cinematografica a partire dalla TV Digtale, al DVD-Video, all'HD DVD e al Blu-Ray Disc, uno standard insomma.

Altre informazioni sui sistemi audio cinematografici

Nella foto vedete un ingrandimento del lato sinistro di una pellicola da 35 mm, la codifica Dolby Digital è inserita tra le perforazioni usate per il trascinamento (al cui centro prende posto il logo della doppia D del Dolby). Si possono notare anche le 2 tracce audio analogiche (in bianco su fondo nero) per riproduttori meno avanzati di solito codificate in Dolby Stereo SR da cui si possono ricavare anche i segnali per il canale surround e centrale).
A ridosso dei bordi (sia a destra che a sinistra), viaggia la traccia audio dedicata al Sony Dynamic Digital Sound; questa traccia (di cui la destra di solito è di back-up) contiene le informazioni per riprodurre otto canali digitali (7.1) basati sul sistema di compressione dati ATRAC.
Infine la traccia tratteggiata che rappresenta il canale DTS (Digital Theater System) dove il contenuto audio, contenente i sei canali digitali (5.1), è registrato su due Compact Disc (uno per tempo) sincronizzato con le immagini per mezzo di un segnale di Time Code, inciso appunto sulla pellicola. Utilizzando un processore aggiuntivo, il DTS-ES (Extended Surround), è possibile anche ricavare il segnale per sette canali (6.1) digitali più uno extra capace di pilotare uno speciale impianto luci di sala (facoltativo) sempre sincrono con la pellicola.


Per finire, ecco in sintesi, i principali sistemi Dolby riconosciuti come standard utilizzati fino ad oggi

Standard in audio analogico:

    * Dolby A-type Noise Reduction
    * Dolby B-type Noise Reduction
    * Dolby C-type Noise Reduction
    * Dolby Spectral Recording
    * Dolby S-type Noise Reduction

Standard in audio multicanale:

    * Dolby Stereo
    * Dolby Stereo Spectral Recording
    * Dolby Surround
    * Dolby Surround Pro Logic II

Standard in audio digitale:

    * Dolby Digital
    * Dolby Digital Surround EX
    * Dolby Digital Plus
    * Dolby E
    * Dolby TrueHD

Decoder e processori audio:

    * Dolby Surround Pro Logic
    * Dolby Surround Pro Logic IIx
    * Dolby Virtual Speaker
    * Dolby Headphone


Chi lo avrebbe mai detto che creare silenzio avrebbe portato tanta fortuna?
Saluti

 

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di elvio (del 02/04/2009 @ 11:19:58, in Alta Fedeltà, linkato 924 volte)

Un team di ingegneri dell'Università di Warwick, affermano di aver realizzato altoparlanti sottili come fogli di carta.
E' una nuova tecnologia (differente dai sistemi elettriostatici) che potrebbe raggiungere il mercato già entro la fine di quest'anno.
Questi speakers, creati dal team di ricercatori inglesi, sono sottili appena 0,25 mm e possono erogare una potenza audio sufficiente per essere installati in luoghi pubblici, automobili e case.  

In tutti gli altoparlanti convenzionali a cono (magnetodinamici), il segnale elettrico viene inviato ad una bobina immersa in un magnete permanente, il campo magnetico variabile generato, fa vibrare un cono meccanico, producendo così il suono. Tutte queste conversioni di energia (elettrico, magnetico, meccanico), più gli attriti e l'inerzia meccanica del cono, porta ad una efficienza molto bassa e molta energia viene dispersa in calore.

Nella tecnologia FFL (Flat Flexible Loudspeaker), il suono viene prodotto utilizzando un processo molto più efficiente. Si applicha direttamente il segnale elettrico nel laminato, che vibra inseguendo il segnale elettrico. Il laminato è composto da due membrane conduttive, separate da uno strato isolante. Quindi sarà direttamente il campo elettrico (anziché magnetico) a far muovere la membrana.
In più questi altoparlanti sono ultrapiatti, leggeri e flessibili e si prestano a posizioni di montaggio finora impensabili come sulle pareti e sui soffitti. Sarebbero quindi molto facili da nascondere e, se si preferisce, possono essere stampati con qualsiasi immagine.

Dietro al progetto c'è la Warwick Audio Technologies, una società (dell'università omonima) che da alcuni anni sta perfezionando la tecnologia degli speaker flessibili ideata dai ricercatori Duncan Billson e David Hutchins.
Questi hanno spiegato che il nuovo tipo di altoparlante è in grado di produrre un suono molto direzionale e pulito, con poche distorsioni anche a volumi piuttosto elevati (fino a 80-105 dB SPL).

Il nuovo tipo di diffusore acustico risulterà particolarmente utile là dove lo spazio è limitato ed in applicazioni fuori dal comune: pensate, in teoria potrebbero essere stampati direttamente su tessuti e magliette, sulle carte da parati e molti altri materiali. La produzione in serie dsi questi speaker flessibili, sarebbe anche piuttosto economica.  Un saluto.

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di elvio (del 29/05/2008 @ 16:23:58, in Alta Fedeltà, linkato 1872 volte)

Parecchi anni fa (quando l'audio era ancora un buon business), in una grande fiera tedesca dedicata all'elettroacustica, mi sono imbattuto su un prototipo di sub woofer molto particolare: in un box di plexiglass (di piccole dimensioni) era stato montato un cono di altoparlante accoppiato con una cinghia in cuoio ed un motore in CC. Il basso che riproduceva era impressionante, molto preciso e dettagliato e si ascoltava per l'intero padiglione (di oltre 6000 mq) super affollato. Di questo prodotto non ne ho più saputo nulla fino ad un paio di anni fa, quando, con i potenti mezzi informatici di oggi, ho tentato delle ricerche sul web. Si chiama ServoDrive Inc. è un'azienda americana e produce ancora, e con dei notevoli miglioramenti questi mostri. Pensate il modello ContraBass ha una risposta da 15 Hz a 150 Hz entro i 3 dB, efficienza 92 dB, SPL continui di 114 dB a 16 Hz. Non vi dico altro, vi propongo il documento PDF del prodotto e capirete da soli! Oltre questo produce anche il Bass Tech 7 che è dichiarato il sub Woofer più potente al mondo (qui il documento PDF). Per rimanere in tema, vi indirizzo su altre tecnologie (sempre con motore in continua) un sistema rotativo simile alle porte dei grand hotel ed un sistema ad elica simile ad un ventilatore.  Un saluto ... profondo

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di elvio (del 26/04/2008 @ 11:45:45, in Alta Fedeltà, linkato 1254 volte)
La Classe D (detta anche Amplificazione Switching o PWM) non è la novità di questi tempi, anche se, oggi, se ne parla di più e molte aziende stanno implementando questa tecnologia in molti prodotti di consumo. Il primo amplificatore audio commerciale in Classe D per il consumer, risale, probabilmente, alla fine degli anni ’70-'75. Trent’anni dopo e nonostante la tecnologia abbia fatto passi in avanti, molti dei problemi della classe D sono ancora, almeno parzialmente, irrisolti, almeno nelle implementazioni più diffuse. Nell'HI-FI car comincia ad essere molto utilizzata, nell’audiovideo si appresta a diventare maggioritaria e negli stadi di amplificazione dei PC lo è da tempo. Nel settore HI-FI vera e propria la tecnologia è stata, finora, guardata con sospetto e forse snobbata, un po’ come tutto quello che è digitale. Negli ultimi anni la Tripath propone una serie di chip molto ben fatti, economici ed efficienti, che promettono prestazioni paragonabili (e forse superiori) ai migliori Hi-End del mercato: con pochi spiccioli si riesce a realizzari amplificatori di potenza e qualità eccellenti. Famosa la serie T-Amp, che in centro europa, ha in poco tempo quasi soppiantato l'amplificatore tradizionale (quello in classe AB per intenderci). La circuitazione è molto semplificata, pochi i componenti passivi da montare, le dimensioni molto ridotte. Con veramente pochi soldi, si può entrare nel mondo dell'altissima fedeltà a pieno titolo, molti audiofili sono rimasti favorevolmente colpiti da un apparecchietto minuscolo (delle volte funzionante addirittura a pile) con prestazioni sonore e dinamiche degne dei migliori marchi più blasonati dell'HI-End internazionale. Intanto precisiamo: la classe D non significa digitale, si chiama D perché è una tecnologia uscita dopo la classe A, B e C in ordine di tempo e perché, come la B è più efficiente della A e la C è più efficiente della B, la D è più efficiente delle precedenti. In pratica, il normale amplificatore in Classe D si basa sul principio che è possibile ricostruire un’onda con un filtro a partire da una serie di livelli discreti. Se questi livelli discreti sono degli zero (stadio d’uscita spento) e degli uno (stadio d’uscita acceso), l’efficienza del sistema di amplificazione si avvicinerà al 100%. I periodi di accensione e spegnimento, i momenti in cui i transistor di uscita staranno in massima conduzione o in interdizione, dovranno essere decisi sulla base del segnale in ingresso. E’ necessario, quindi, che il segnale venga, processato, comparato molte volte al secondo, trasformato in un treno di impulsi a larghezza variabile, quindi filtrato. Ricapitoliamo: potenza per tutti, zero calore dissipato o quasi, ingombri ridotti al massimo (non si ha più bisogno di chili di alette dissipatrici, quando c’è poco calore da dissipare), efficienza quasi ideale (in un mondo con richieste energetiche in crescita non è male), costi ridotti.
Classe D, Classe N, Classe T, Classe R, Classe S
Convinzioni da sfatare: le vari classi fiorite in questi ultimi anni sono semplici varianti della classe D. Cioè sono, soluzioni proprietarie ad alcuni problemi tipici della tecnologia switching, in particolare a quelli del controllo e della variazione della risposta al carico. I più tecnologici e meno commerciali fra coloro che studiano e producono moduli e amplificatori in classe D preferiscono sempre parlare di varianti di amplificatori switching; gli altri si inventano un nome commerciale o di classe. Di seguito alcuni esempi:
La Classe T di Tripath è una implementazione PWM con un oscillatore a frequenza non fissa (su questo parrebbe essere basato il principale brevetto Tripath) che usa tecnologie di modellazione del rumore e una frequenza di switch a riposo molto più alta della media (1.4 MHz). Grazie al tipo di modulazione, il sistema Tripath ha una distorsione piuttosto bassa, se misurata prima del filtro d’uscita, che è fuori dall’anello di controreazione. Proprio a causa di questo e a causa della bassa qualità del filtro in molte implementazioni commerciali (fra cui quella Sonic Impact), nella realtà le cose tendono ad essere molto peggiori.
La tecnologia IcePower di Bang & Olufsen è basata su uno stadio auto-oscillante (quindi non sul classico generatore di onde triangolari) e su un anello di controreazione che include anche il filtro d’uscita; l’amplificatore, così, ha ottime prestazioni strumentali (ad esempio minor sensibilità alla qualità dei componenti della rete d’uscita rispetto ai sistemi basati su chipset Tripath). Un piccolo approfondimento sul T-Amp lo trovate qui, sulla classe D in generale, qui. Saluti e, buon ascolto.

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di elvio (del 30/03/2008 @ 11:06:48, in Alta Fedeltà, linkato 568 volte)
Ricercatori USA scovano in un archivio di Parigi una registrazione del 1860, fatta ben 17 anni prima del fonografo di Edison. Un banale dettaglio scoperto in un archivio può, qualche volta, riscrivere completamente la storia riguardo a invenzioni che hanno rivoluzionato le nostre vite. La notizia è che fu uno sconosciuto compositore inventore francese, e non Thomas Edison, ad inventare il sistema per registrare i suoni. Si chiamava Edouard-Leon Scott de Martinville, un parigino, che riuscì a registrare dieci secondi di "Au Clair de la Lune", un'aria popolare francese. Lo hanno scoperto in un archivio di Parigi un gruppo di ricercatori americani. Esaminando il reperto contrassegnato appunto come 'Scott de Martinville - Phonautograph', hanno accertato che quella strana macchina denominata 'fonautografo', conteneva in realta una canzoncina. Per quanto artigianale, fosse quella macchina (infatti non era in grado di riprodurre, ma solo di registrare su un foglio di carta annerito dal fumo di una lampada ad olio), aveva dentro di sè forse una delle prime incisioni sonore mai fatte dall'uomo. Tutto ciò risaliva al 9 aprile del 1860, cioè vent'anni prima che Thomas Edison brevettasse il suo fonografo. Il 'fonautografo' è in grado di catturare i suoni con una menbrana collegata ad uno stilo, e di tracciarli visivamente sulla carta. Gli scienziati americani lo hanno portato al Lawrence Berkeley National Laboratory, i segni sono stati interpretati e, quegli apparenti scarabocchi fatti su carta, si sono trasformati nella voce di uno sconosciuto cantante francese (o forse l'autore stesso). Non vorrei qui entrare sui meriti, i soprusi, gli interessi commerciali di Edison o di altri casi simili, qui il discorso è ben diverso: questa è una macchina che effettivamente registra, ma da qui a riprodurre di strada ne corre parecchia. Il mondo è pieno di intuizioni e mezze invenzioni ma, come si sa, da sempre sono i risultati che fanno la differenza. Dubito che Edison abbia copiato o preso spunti da questa macchina, di fatto comunque il primo apparecchio che registra eventi sonori e li riproduce rimane comunque (fino a prova contraria) il suo fonografo.
 
di pr (del 18/02/2008 @ 08:53:00, in Alta Fedeltà, linkato 394 volte)
Il primo: prendiamo un amplificatore e proviamo ad ascoltare il sistema collegato (diffusori ecc.) intorno al livello di "clipping"... se potessimo d'un tratto poter spostare più in alto proprio il livello di clipping facendo in modo che il livello di uscita effettivo fosse maggiore, percepiremmo un volume di ascolto maggiore o minore? Il secondo: Il nostro sistema uditivo integrato è un apparecchio assai strano, riesce a rendere godibili messaggi musicali con grosse carenze da un punto di vista spettrale (nel senso che tendiamo a ricostruire anche porzioni mancanti di spettro pur di godere di ciò che stiamo ascoltando) ma riesce ad essere terribilmente critico sulle "mancanze" dell'ordine di frazioni di dB (in soldoni facciamo relativamente poco caso a grosse carenze, ma siamo molto sensibili alle piccole, tanto che, a volte, le piccole possono essere determinanti quanto le grandi ...) Per la prima, credo che l'articolo di Elvio sia stato piuttosto esaustivo, per la seconda?... intanto date un'occhiata qua: http://www.renatogiussani.it/01dB.htm fino in fondo dove trovate la tabella con A, B, ecc.
 
di elvio (del 12/02/2008 @ 19:33:01, in Alta Fedeltà, linkato 1291 volte)
Sugli amplificatori si è detto di tutto e di più. Ma quasi mai di interazione di questi con i diffusori in caso di clipping. E' vero che non è mai contemplato dagli audiofili il fuori regime di un impianto, ma tra i ragazzi che si vogliono bombardare con l'impianto di casa, o in una festa domestica a tutto volume, il problema si pone. Non mi voglio dilungare in terminologie tecniche, ma vorrei parlar semplice. Se tralasciamo, per il momento, segnali negativi e diamo 10x il coefficiente di amplifivazione, un amplificatore può essere equiparato ad un alimentatore di potenza con tensione di uscita proporzionale al segnale che è in ingresso. Cioè: con nessun segnale in ingresso avremo nessun segnale in uscita, con 1 in ingresso avremo 10 in uscita con 2 in input avremo 20 in uscita ... e così via. Questo dovrebbe essere anche con 100 in ingresso per ottenere 1000 in uscita o 500 in ingresso per avere 5000 in uscita, ma così non è, e non lo sarà mai. Il primo problema è la dinamica: non ci possiamo aspettare da un dispositivo elettronico, alimentato al suo interno da 100 volt 1000 volt alla sua uscita, quindi solo 100 volt ci darà. Questo si chiama clipping che corrisponde alla saturazione di dinamica di un amplificatore. E' un po' come voler portare un peso più in alto della stessa gru. Il clipping, benchè controllabile già ad orecchio (e si percepisce da una forte distorsione dinamica), non provoca grossi problemi all'amplificatore, anzi, si riduce il calore che deve dissipare, però porta inutili e pericolose sollecitazioni ai diffusori che, ricevendo dei segnali "quadrati", si generano grandi quantità di calore sulle bobine degli altoparlanti; questo, in una condizione continuativa, provocherà la fusione delle stesse perché non riusciranno a dissipare più di tanta potenza. Estrapolando il discorso ed agganciandomi a quanto detto sulle poche pagine di elettroacustica di Multimaster e successive , vi sembrerà assurdo, ma è molto meglio, ai fini pratici e musicali, pilotare i nostri preziosi diffusori con amplificatori di potenza molto superiore alla potenza dei diffusori stessi. Questo offre numerosi vantaggi. Dal lato amplificatore, molta più dinamica a disposizione, amplificatore meno sollecitato, una buona riserva di energia per i transitori più incisivi dei bassi. Dal lato diffusore invece: movimento delle membrane molto meglio controllato, minore calore da dissipare (dovuto a minori distorsioni armoniche e dinamiche), riserva di potenza più pulita e disponibile per i bassi. Prego contestare.
 
di pr (del 10/02/2008 @ 14:54:32, in Alta Fedeltà, linkato 1149 volte)
Immaginiamo un signore assai compiaciuto dal fatto che i suoi capelli posti di fronte alla porta reflex di un diffusore siano investiti da un flusso d'aria piuttosto pronunciato. Tutta questa potenza a guardar bene altro non è che un clamoroso errore sul calcolo della porta reflex... perché mai? semplicemente perché il condotto reflex è solo un tubo di dimensioni precise contenente una certa quantità d'aria che in una particolare condizione perde il suo equilibrio meccanico e tende ad oscillare avanti e dietro nel tubo. A livello acustico ne risulta un'onda di pressione monotona "accordata" (per questo si parla di accordo reflex) ad una frequenza desiderata, che nelle intenzioni di progetto va a sommarsi alla risposta tipica dell'altoparlante, in modo da avere un incremento del livello di uscita nell'intorno della naturale caduta di risposta dell'altoparlante in questione. In pratica è un semplice risonatore di Helmotz usato al rovescio con la cassa del diffusore come cavità. La freq di risonanza dipende dalla densità (massa) del gas presente, dalla lunghezza del tubo, dal suo diametro e dai volumi tra i quali il tubo si affaccia, più o meno come una canna d'organo; a parità di frequenza di accordo aumentare il diametro significa "allungare il tubo", conseguenza "spiacevole" per un progettista che spesso fatica a farlo entrare dentro il diffusore. Fatica non del tutto inutile, dato che tanto maggiore sarà il diametro del tubo e tanto minore sarà l'influenza della perturbazione provocata dai cambiamenti di pressione dovuti al moto della membrana dell'altoparlante che anch'essa si affaccia dentro la medesima cavità. Usando un tubo di dimensioni esageratamente piccole rispetto al diametro della membrana, la pressione che questa crea all'interno della cavità sarà compensata da un transito di aria nel tubo a velocità tanto maggiore quanto minore sarà il diametro del tubo.

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di elvio (del 31/01/2008 @ 19:22:35, in Alta Fedeltà, linkato 633 volte)
Per fortuna che c'è chi non ha alcuna intenzione (nè ora nè mai) di soppiantare l'idea di stereofonia pura in cambio dei vari mostriciattoli multicanale, ovvero i recenti sistemi 5+1, home theatre e finti dolby surround, che tutto fanno, tranne che suonar bene. Spesso sono complicati da montare e non danno nemmeno lontanamente quell'idea di ascolto di qualità che si ha con un impianto tradizionale stereo HI-FI. Molti i puristi che si rivoltano a questa tendenza di mercato, molti quelli che tornano al buon vecchio HI-FI di 10 o 20 anni fa. Anche la rete sta facendo la sua parte vi segnalo un sito che fa una vera campagna per il vero stereo con tanto di adesioni ed associazioni. Portroppo però pochi sono i giovani che sanno di cosa parliamo, un po' come con il cibo fast-food dilagante, pochi di loro sanno riconoscere il vero sapore di un pollo allevato a casa, come non sanno distinguere la qualità di una bella fotografia fatta con il sistema tradizionale pellicola e carta fotografica, e tantomeno la buona qualità di un brano musicale da quello riprodotto dal loro MP3 portatile. Badate, io non sono un tradizionalista, solo che considero una involuzione tecnologica ciò che tende a soppiantare quello che è buono per offrire qualcosa di più scadente. Se pensiamo che dagli ultimi 20 anni, esattamente dall'ingresso del CD in poi, nel settore consumer audio e video, il fattore qualitativo si è paurosamente impoverito, con la folle corsa verso la miniaturizzazione, si sta cercando di rendere digitale un mondo puramente analogico per poi ri-rendere di nuovo analogico un contenuto digitale. Non è forse una pazzia? Se si considera che per ogni conversione si perde già qualcosa, i contenuti vengono ulteriormente compressi per ridurre il peso dei file, vengono poi riespansi successivamente per essere riconvertiti in analogico, che cosa rimane?. Questo vale per l'audio (CD, mini Disc, MP3...), per le immagini (fotografie digitali), per i film (DVD, miniDV, Mpeg) ecc. per tutto quello che è il mondo consumer domestico. Sinceramente, l'unica tecnologia che si è evoluta in meglio nel settore digitale, sono i computer dove l'informazione nasce in digitale e così rimane fino alla fine. Forse non condividerete, ma pensiamoci un attimo.

Un saluto ... analogico. Elvio

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di pr (del 31/01/2008 @ 17:43:55, in Alta Fedeltà, linkato 382 volte)
La bestia nera di tanti che sognano di poter trasferire quello che esce dai loro strumenti su di un supporto: il microfono. Nella sua storia è stato forse il più decantato, disprezzato, idolatrato, odiato apparecchio..... ed in definitiva altri non è che il più “sincero” tra i dispositivi necessari ad effettuare una registrazione; quello che deve fare è convertire in segnale elettrico le onde di pressione che lo investono, quello che gli si chiede invece... è convertire in segnale elettrico quello che noi “sentiamo”, ci sfugge però che i nostri due microfoni naturali (le orecchie) sono solo il primo stadio, tutti gli altri che concorrono alla percezione del suono sono a carico del nostro cervello.... Fino a quando qualcuno non sarà capace di impiantarci un bel jack sulla nostra testa a cui collegare un registratore tutto quello che potremmo chiedere ad un microfono è di fare il microfono..... Tutti i microfoni di uso comune basano il loro funzionamento su di una membrana destinata a raccogliere le onde di pressione e un sistema associato per convertire gli spostamenti della stessa in segnale elettrico, entrambi gli aspetti sono responsabili delle caratteristiche di ogni microfono; citiamo le fondamentali: 1) Linearità della risposta: capacità di restituire un segnale elettrico proporzionale alla intensità del suono in tutta la banda udibile, espressa tramite un grafico che riporta sull’asse delle ascisse la frequenza e su quello delle ordinate la “quantità” del segnale in opportuna unità di misura. 2) Il rumore: rumore di “fondo” tipico del microfono, costituito da un insieme di segnali casuali distribuiti in tutta la banda audio; qualsiasi sia il livello di tale spettro, è sempre presente all’uscita del microfono e va ad aggiungersi a quello proprio di tutti i componenti della catena di registrazione, tanto più è alto tanto maggiore sarà la percentuale miscelata al segnale utile e tanto “peggiore” sarà la qualità di registrazione; di solito viene espresso come “rumore equivalente” in dB (decibel), o in rapporto segnale/rumore. 3) La caratteristica direttiva: espressa graficamente su un diagramma (polare) dove si può leggere (in dB) la caduta di sensibilità alle varie angolazioni e frequenze rispetto alla perpendicolare della membrana dal disegno tracciato sul grafico derivano delle nomenclature considerate standard, ovvero: Omnidirezionale (rotondo), cardioide (a forma di cuore), ipercardioide (a forma di cuore stretto con una piccola protuberanza posteriore), ad 8, super-cardioide o shotgun o a clava (a forma di clava) 4) La alimentazione (questa è una caratteristica che riguarda esclusivamente i microfoni che per restituire un segnale utilizzabile hanno la necessità di integrare un dispositivo elettronico) 5) La robustezza. Il microfono perfetto non esiste, esistono più tipologie costruttive e più tipi di microfoni costruiti in base alla stessa tecnica, tra le tipologie possiamo elencare: A) Microfoni dinamici: Il segnale elettrico viene fornito da una piccola bobina solidale alla membrana e immersa in un campo magnetico, è un piccolo altoparlante usato al rovescio, la notevole massa della bobina e del relativo supporto ne condiziona pesantemente la linearità. B) Microfoni a nastro: A differenza del precedente la bobina è integrata nella membrana, senza supporti aggiuntivi, e la massa totale viene ridotta a livelli molto più bassi, nonostante i materiali usati siano stati nel tempo molto migliorati rimane uno tra i microfoni più delicati. C) Microfoni piezoelettrici: Basano il loro funzionamento sull’impiego di cristalli piezoelettrici che quando sollecitati meccanicamente emettono una piccola “scarica elettrica”, sono utilizzati soprattutto come “sensori di pressione”, l’impedenza di uscita molto alta, non è adatta ai normali cavi e stadi di ingresso, per eliminare il problema viene utilizzato in prossimità del sensore un “adattatore di impedenza” costituito da un circuito elettronico, o un sistema cavo-preamplificatore in grado di preservare l’integrità del segnale (per evitare cadute alle frequenze più alte è necessaria impedenza di ingresso molto più alta di quella di uscita del dispositivo accoppiato). D) Microfoni a condensatore: Costruiti attorno ad una membrana leggerissima metallizzata montata a piccola distanza da una superficie conduttiva di dimensioni simili ma fissa, devono il loro nome al fatto che la capsula è a tutti gli effetti un condensatore che varia continuamente la propria capacità in funzione della distanza tra le due pareti conduttive (distanza “modulata” dalle onde di pressione che investono la membrana) per “estrarre” un segnale utile vengono usati due metodi, il primo consiste nel “polarizzare” la membrana con una tensione piuttosto alta, e prelevare il segnale attraverso una resistenza di carico, il secondo fa uso di un circuito ad alta frequenza in f.m. sintonizzato dal condensatore, rivelato all’interno dello stesso dispositivo ed inviato all’uscita; al di là della tipologia adottata un microfono a condensatore è in grado di esibire flessibilità d’uso e prestazioni superiori a tutte le altre categorie; i limiti del primo tipo riguardano l’impedenza altissima che rende inevitabile un circuito adattatore e la scarsa propensione verso ambienti umidi per il rischio di scariche elettriche all’interno della capsula; per entrambi la necessità di alimentazione e il conseguente rumore residuo provocato dai circuiti attivi. E) Electret Condenser: Derivato dal precedente, sfrutta la carica elettrica permanente di una membrana plastica, rispetto ai precedenti presenta un livello di rumore più alto, una minore dinamica e una risposta in frequenza maggiormente influenzata dalle caratteristiche fisiche della membrana (spessore, peso), praticamente tutti quelli presenti sul mercato incorporano un elemento attivo e quindi necessitano di alimentazione, paragoni con i “parenti” a condensatore non sono proponibili. Fattori come il diametro della membrana e la tipologia costruttiva della capsula, sono in grado di influire sulla linearità e sulla caratteristica polare di un microfono (quest’ulima influenzata anche dalla frequenza del segnale) molti microfoni a condensatore sono dotati di capsula a doppia membrana che per mezzo di un controllo opportuno rende disponibili su un solo microfono quasi tutte le risposte polari, uniche eccezioni quelle caratteristiche dei microfoni super cardioide che dipendono in massima parte dalla particolare costruzione; va anche ricordato che il controllo della direttività può essere agevolmente ottenuto per via elettronica con l’uso di microfoni a capsula multipla montate in configurazione MS. Il gran numero di varianti associate allo “strumento” microfono lascia intuire una notevole specializzazione, le case costruttrici spesso affiancano alle caratteristiche dei loro prodotti anche le applicazioni in cui questi possono esprimersi meglio, in questo campo la tipologia dei microfoni a condensatore è sicuramente la più versatile; ne esistono per tutte le applicazioni, la particolare semplicità strutturale della capsula permette di adattare tutte le dimensioni per modellare le caratteristiche nel modo più opportuno. Generalmente i suoni di maggiore “corposità” (ricchezza di basse frequenze nello spettro emesso) richiedono membrane di diametro maggiore, che tendono ad esaltare la gamma medio alta pur essendo meno proiettate verso la gamma altissima, viceversa i suoni ricchi di altissime frequenze richiedono diaframmi estremamente piccoli che possono estendere la risposta con regolarità molto oltre la gamma udibile. Il segnale fornito dal microfono resta un segnale di livello estremamente basso, per cui è fondamentale che l’accoppiamento con gli stadi successivi (preamplificatore) sia eseguito con la massima attenzione, sia esso realizzato a mezzo cavi elettrici (praticamente indispensabile una linea bilanciata, cavi e connettori di qualità) sia tramite trasmettitore-ricevitore (in questo caso viene introdotta anche una ulteriore sorgente di rumore), ultimamente sul mercato sono comparsi microfoni dotati di convertitori in grado di fornire un segnale adatto ad essere visto direttamente da un computer senza l’uso di stadi intermedi, stadi comunque presenti all’interno del microfono ed in grado di incidere sulla qualità complessiva.
 
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